Numerose sono le domande che si
pongono se si cerca di mettere a confronto il mondo antico e quello moderno
per quanto riguarda lo sport.
"Olimpiadi" sono chiamate ancor
oggi quelle competizioni agonistiche che solennemente si celebrano a
scadenza quadriennale, con la partecipazione dei più grandi atleti
selezionati e consacrati nell’ambito dei campionati nazionali e
internazionali. Lo spirito agonistico si manifestò fin da epoche
antichissime presso quasi tutte le civiltà del bacino del Mediterraneo.
Disponiamo di numerose testimonianze archeologiche sulla pratica sportiva
presso gli Egizi, gli Assiro-Babilonesi, i Cretesi ecc..., ma fu solo con i
Greci che le varie discipline vennero organizzate in manifestazioni
regolari, nel corso delle quali si gareggiava sotto l’egida delle divinità
nel cui santuario si disputavano i giochi. Il più famoso tra tutti i
santuari fu, sicuramente, quello di Zeus ad Olimpia, dove, dal 776 a.C., si
tennero, ogni quattro anni, i giochi olimpici; infatti tutto ciò che i greci
ci hanno tramandato per tradizione scritta parte da questa fatidica data
mentre tutti gli avvenimenti precedenti si perdono in un passato oscuro e
nebuloso, noto solo dai grandi poemi epici come l’Iliade e l’Odissea. A
tutti gli effetti, quindi, l’istituzione dei giochi olimpici può essere
considerata il primo evento storico nel mondo greco. Lo sport ebbe un
diverso ruolo nelle varie epoche greche ed è importante sottolineare i
rapporti di reciproca dipendenza fra l’attività atletica e i fenomeni
politici, sociali, economici nonché artistici e culturali.
La forza e l’attività fisica
contraddistinguevano i protagonisti delle gare del mondo Omerico; i nobili,
i migliori, i capi mettevano a confronto il vigore e la perfezione del
proprio corpo per dimostrare un’invincibile supremazia militare. Come si
legge nell’Odissea , le discipline sportive degli Achei erano un allenamento
per la guerra. Ben diversi sono gli ideali sportivi dei Feaci che vivevano
lo sport come divertimento e soddisfazione personale del singolo per le
proprie capacità fisiche.
Numerose testimonianze dimostrano
quanto fosse importante per un atleta riportare una vittoria: il prestigio
di tali vittorie andava oltre la figura del singolo atleta e veniva fatto
proprio dalla sua città, che non esitava a elargirgli onori ufficiali,
riconoscimenti pubblici e ricompense materiali. Come la città si vantava di
avere un atleta vincitore tra i suoi membri, che in molti casi apparteneva
al ceto aristocratico, così questi poteva aspirare a un prestigio superiore
in campo politico, proprio grazie ai suoi meriti sportivi.
Le
gare avevano inizio con la corsa dei
carri, che fu sempre considerata nel mondo antico la competizione per
eccellenza della società aristocratica greca che era l’unica che poteva
sostenere le ingenti spese di allevamento, manutenzione e trasferimento dei
cavalli e dei carri.
Nelle altre gare, invece, erano
frequenti le vittorie di uomini liberi appartenenti a vari ceti sociali.
Perdendo gradualmente il carattere elitario delle origini, il mondo dello
sport toccò livelli di competitività e specializzazione sempre maggiori
tanto da coinvolgere certi aspetti come l’alimentazione e i rapporti
sessuali. Le diete più antiche prevedevano soprattutto frumento, formaggio
fresco e fichi secchi, mentre la carne venne adottata più tardi.
Alcune città fecero di tutto per
accaparrarsi gli atleti migliori e questi gareggiavano in più olimpiadi in
nome prima di una città e poi di un’altra. La partecipazione alle gare di
giovani di famiglie meno abbienti fu un fenomeno poco diffuso nei primi
secoli dopo l’istituzione delle olimpiadi nel 776 a.C., ma nel corso del v
sec a.C. la cosa doveva avere già avuto uno sviluppo consistente, se è vero
che un aristocratico come
Alcibiade
dichiarò di voler rinunciare alle gare per la presenza in esse di gente di
rango inferiore.
Gli atleti partecipavano alle gare
perché avevano la possibilità di guadagnare gloria e denaro: infatti le
ricompense erano a volte considerevoli.
Il motto "l’importante è
partecipare, non vincere" sarebbe stato del tutto inconcepibile per un
atleta antico. Nelle olimpiadi e negli altri giochi atletici veniva premiato
solo il vincitore e non il secondo e terzo classificato. La vittoria per
l’abbandono dell’avversario già prima della gara era considerata motivo di
orgoglio. Sappiamo anzi che in gare violente, come il pancrazio e il
pugilato, si poteva anche morire.
La fisionomia dell’atleta antico
era molto diversa da quella attuale: non bisognava migliorare i tempi della
corsa, la lunghezza del salto o stabilire un record. Chi vinceva era colui
che riusciva a superare gli altri concorrenti e la prestazione ottenuta non
aveva grande importanza; lo stimolo veniva solo dalla competizione, non dal
record. La misura o il tempo ottenuti solo di rado facevano notizia perché
contava solo l’affermazione individuale e la vittoria.
Per quanto riguarda i tifosi, il
loro entusiasmo arrivava talvolta all’isterismo collettivo e spesso gli
spettatori non solo lanciavano bende, corone e fiori, ma arrivavano a
strapparsi le vesti per gettarle al piede del vincitore. Il tifo sfociò
anche in aperte violenze e sommosse.
Le
gare si disputavano nell’ area
sacra, detta Altis.