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bullet Viviana  Calderoni
bullet Giulia  Chironi
bulletDonatella  Follieri
bulletSara   Ghizzardi
bulletValentina  Pesce
bulletMaria Grazia   Puoti
bulletGiulia  Rochira
bulletMimma   Sampietro
bulletFrancesca  Soldo

 

Introduzione

Numerose sono le domande che si pongono se si cerca di mettere a confronto il mondo antico e quello moderno per quanto riguarda lo sport.

"Olimpiadi" sono chiamate ancor oggi quelle competizioni agonistiche che solennemente si celebrano a scadenza quadriennale, con la partecipazione dei più grandi atleti selezionati e consacrati nell’ambito dei campionati nazionali e internazionali. Lo spirito agonistico si manifestò fin da epoche antichissime presso quasi tutte le civiltà del bacino del Mediterraneo. Disponiamo di numerose testimonianze archeologiche sulla pratica sportiva presso gli Egizi, gli Assiro-Babilonesi, i Cretesi ecc..., ma fu solo con i Greci che le varie discipline vennero organizzate in manifestazioni regolari, nel corso delle quali si gareggiava sotto l’egida delle divinità nel cui santuario si disputavano i giochi. Il più famoso tra tutti i santuari fu, sicuramente, quello di Zeus ad Olimpia, dove, dal 776 a.C., si tennero, ogni quattro anni, i giochi olimpici; infatti tutto ciò che i greci ci hanno tramandato per tradizione scritta parte da questa fatidica data mentre tutti gli avvenimenti precedenti si perdono in un passato oscuro e nebuloso, noto solo dai grandi poemi epici come l’Iliade e l’Odissea. A tutti gli effetti, quindi, l’istituzione dei giochi olimpici può essere considerata il primo evento storico nel mondo greco. Lo sport ebbe un diverso ruolo nelle varie epoche greche ed è importante sottolineare i rapporti di reciproca dipendenza fra l’attività atletica e i fenomeni politici, sociali, economici nonché artistici e culturali.

La forza e l’attività fisica contraddistinguevano i protagonisti delle gare del mondo Omerico; i nobili, i migliori, i capi mettevano a confronto il vigore e la perfezione del proprio corpo per dimostrare un’invincibile supremazia militare. Come si legge nell’Odissea , le discipline sportive degli Achei erano un allenamento per la guerra. Ben diversi sono gli ideali sportivi dei Feaci che vivevano lo sport come divertimento e soddisfazione personale del singolo per le proprie capacità fisiche.

Numerose testimonianze dimostrano quanto fosse importante per un atleta riportare una vittoria: il prestigio di tali vittorie andava oltre la figura del singolo atleta e veniva fatto proprio dalla sua città, che non esitava a elargirgli onori ufficiali, riconoscimenti pubblici e ricompense materiali. Come la città si vantava di avere un atleta vincitore tra i suoi membri, che in molti casi apparteneva al ceto aristocratico, così questi poteva aspirare a un prestigio superiore in campo politico, proprio grazie ai suoi meriti sportivi.

Le gare avevano inizio con la corsa dei carri, che fu sempre considerata nel mondo antico la competizione per eccellenza della società aristocratica greca che era l’unica che poteva sostenere le ingenti spese di allevamento, manutenzione e trasferimento dei cavalli e dei carri.

Nelle altre gare, invece, erano frequenti le vittorie di uomini liberi appartenenti a vari ceti sociali. Perdendo gradualmente il carattere elitario delle origini, il mondo dello sport toccò livelli di competitività e specializzazione sempre maggiori tanto da coinvolgere certi aspetti come l’alimentazione e i rapporti sessuali. Le diete più antiche prevedevano soprattutto frumento, formaggio fresco e fichi secchi, mentre la carne venne adottata più tardi.

Alcune città fecero di tutto per accaparrarsi gli atleti migliori e questi gareggiavano in più olimpiadi in nome prima di una città e poi di un’altra. La partecipazione alle gare di giovani di famiglie meno abbienti fu un fenomeno poco diffuso nei primi secoli dopo l’istituzione delle olimpiadi nel 776 a.C., ma nel corso del v sec a.C. la cosa doveva avere già avuto uno sviluppo consistente, se è vero che un aristocratico come Alcibiade dichiarò di voler rinunciare alle gare per la presenza in esse di gente di rango inferiore.

Gli atleti partecipavano alle gare perché avevano la possibilità di guadagnare gloria e denaro: infatti le ricompense erano a volte considerevoli.

Il motto "l’importante è partecipare, non vincere" sarebbe stato del tutto inconcepibile per un atleta antico. Nelle olimpiadi e negli altri giochi atletici veniva premiato solo il vincitore e non il secondo e terzo classificato. La vittoria per l’abbandono dell’avversario già prima della gara era considerata motivo di orgoglio. Sappiamo anzi che in gare violente, come il pancrazio e il pugilato, si poteva anche morire.

La fisionomia dell’atleta antico era molto diversa da quella attuale: non bisognava migliorare i tempi della corsa, la lunghezza del salto o stabilire un record. Chi vinceva era colui che riusciva a superare gli altri concorrenti e la prestazione ottenuta non aveva grande importanza; lo stimolo veniva solo dalla competizione, non dal record. La misura o il tempo ottenuti solo di rado facevano notizia perché contava solo l’affermazione individuale e la vittoria.

Per quanto riguarda i tifosi, il loro entusiasmo arrivava talvolta all’isterismo collettivo e spesso gli spettatori non solo lanciavano bende, corone e fiori, ma arrivavano a strapparsi le vesti per gettarle al piede del vincitore. Il tifo sfociò anche in aperte violenze e sommosse.

Le gare si disputavano nell’ area sacra, detta Altis. Nel IV secolo l'Altis viene dotato di magnifici edifici porticati, ove venivano ospitate le ambascerie ed erano custoditi i preziosi doni offerti nel santuario da illustri personaggi. Nel corso di sette giornate, delle quali la prima e l’ultima erano destinate alle cerimonie sacre (in onore di Zeus ad Olimpia e a Nemea, di Apollo a Delfi, di Poseidone all’istmo di Corinto) e a quelle pubbliche, mentre nei cinque giorni intermedi si svolgevano tutte le gare, con il seguente probabile programma: stadio, diaulo (mezzofondo), dolico (fondo), pentlaton (lancio del Disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), pugilato, lotta e pugilato per ragazzi, corsa con l’armatura (oplitica), corsa dei cocchi e corsa a cavallo; erano frequenti al di fuori del programma la corsa con le fiaccole (lampadedromia), il nuoto e le regate. Ai giochi olimpici erano ammessi soltanto uomini liberi di stirpe greca, i quali dovevano giurare davanti ai giudici sportivi di essersi allenati per dieci mesi e che non avrebbero commesso scorrettezze durante le gare. Comunque, sono tramandati numerosi casi di gare truccate, che venivano punite con costose multe, il cui ricavato serviva per innalzare idoli a Zeus. A questi stessi giudici spettava il compito di iscrivere nelle varie categorie di età gli atleti e di decidere sull’esito delle gare.

Pur se con alterne vicende, le olimpiadi si celebrarono per più di 1100 anni, fino a quando, sotto l’influenza del cristianesimo e in seguito ad una lettera di Sant’Ambrogio, esse furono vietate dall’imperatore Teodosio I, nel 394 d.C.